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Come i fascisti
Dopo la querela a Repubblica, le minacce alla Commissione Europea, ecco l'attacco a L'Unità.
Concita De Gregorio pubblica una bella prima pagina con il titolo: "Come i fascisti". Berlusconi, infatti, sta utilizzando tutta la sua potenza ed i suoi servitori come dei manganelli:
per intimidire, intorbidire le acque, minacciare, zittire... Al fascismo mediatico va contrapposta la Resistenza: raccontando ciò
che i TG asserviti non dicono, riportando nel web le voci libere... E allora proviamo a resistere!
Se non può comprare di Concita De Gregorio
Così siamo al dunque. Quel che non si può comprare né corrompere deve tacere. Eccola qui la strategia d'autunno:
zittire con ogni mezzo il dissenso, che ormai questo è diventato il semplice dovere di cronaca e diritto di critica.
Il presidente del Consiglio, lo avete letto, è in guerra in queste settimane con i commissari europei, con le gerarchie ecclesiastiche,
con i giornali che nel nostro paese e nel mondo documentano le sue gesta. Non ci sono in Italia molti organi d'informazione
che non dipendano direttamente o indirettamente dal suo favore, dal suo smisurato potere economico e dal
suo potere di influenza e di minaccia. Premere, corrompere o comprare.
Dove non si può pagare, allora uccidere. Lo squadrismo mediatico di governo, forte di nuove reclute, è difatti al lavoro per distruggere
le reputazioni dei giornalisti non a busta paga. Mezzi leciti e illeciti, menzogne, false prove, non importa.
L'aggressione al direttore di Avvenire, che ieri persino Fini ha definito killeraggio.
L'aggressione personale all'editore e al direttore di Repubblica, insieme la richiesta di risarcimento al giornale per aver posto
dieci domande. L'Unità, unico quotidiano in Italia, le ha per due volte ripubblicate: è possibile giudicare
diffamanti delle domande, non sarebbe doveroso rispondere?
Il gruppo Prisa, editore del Paìs, è sotto offerta economica da parte di emissari spagnoli del premier.
Ecco adesso l'attacco all'Unità. Due richieste di danni per una somma complessiva di 3 milioni di euro riferite non a un articolo
o a un commento ma a due numeri del giornale nella loro interezza. Due numeri in cui ad alcune delle dieci domande si offriva risposta.
I temi: lo stato della trattativa tra governo e Vaticano (indulgenza sulla condotta del premier contro leggi gradite oltretevere),
il divieto di usare le intercettazioni telefoniche come strumento di indagine, lo stato della guerra privata del premier contro Sky e
i danni che agli italiani ne derivano. Servizi di cronaca e libere opinioni, del resto da molti giornali anche stranieri condivisi. La novità, oggi, è che non si contesta un articolo ma un giornale intero.
Una scrittrice, una editorialista, due giornaliste sono accusate insieme al direttore di aver concorso alla diffamazione
che si dedurrebbe dal complesso generale dei loro scritti. È l'insieme che non gli piace. È il giornale: la sua linea, il suo tono.
Chiedere un milione per ogni numero suona come un avvertimento: potrebbe farlo ogni giorno.
Non vuole giustizia in sede penale, non gli interessa stabilire se quegli articoli riferiscano il vero. Vuole soldi.
Minaccia di chiederne così tanti da ridurci al silenzio. Non accadrà, se accadesse sarà per sua mano.
Come durante il fascismo, come quando la censura imponeva i sigilli.
È venuto il momento non solo di una grande mobilitazione, necessaria ma non sufficiente. È il momento
di opporre allo strapotere dei soldi la politica, che sia quella l'argine al declino della democrazia.
È anche venuto il momento, cari cittadini, di sostenere con forza rinnovata chi si sottrae alla logica del plutocrate.
Di dare più forza alle voci del dissenso, ogni giorno. Non tanto e non solo per noi, che dal 1924 abbiamo conosciuto
stagioni peggiori. Per tutti, per l'Italia che verrà.
Concita De Gregorio, direttore de L'Unità, 3 settembre 2009
Barroso replica a Berlusconi: "Sono molto fiero dei portavoce Ue"
BRUXELLES - Il presidente della Commissione Ue si dice "molto fiero" del servizio dei portavoce dell'esecutivo europeo.
"Gode di tutta la mia fiducia e il mio appoggio - afferma José Manuel Barroso -
anche perché nessuna altra istituzione al mondo si mette a disposizione della stampa per rispondere a
ogni domanda, dalle auto all'influenza A".
Il numero uno dell'esecutivo comunitario replica in toni durissimi alle dichiarazioni di Silvio Berlusconi contro
le esternazioni dei commissari e dei portavoce dell'Unione.
Il presidente del Consiglio non aveva gradito le richieste di chiarimenti sul respingimento dei migranti
e per questo aveva proposto che non avessero più diritto di parola, minacciando in caso contrario di "ritirare"
il voto italiano, bloccando di fatto i lavori della Ue.
Rispondendo ai cronisti durante la presentazione del programma politico per il suo secondo mandato
(l'Europarlamento voterà la sua conferma nelle prossime settimane), Barroso sottolinea la peculiarità del "metodo comunitario",
e delle istituzioni sovranazionali che lo incarnano, l'Europarlamento e la Commissione europea.
E osserva: "Ci sono persone che a volte non comprendono l'originalità della Commissione, che ha non solo il diritto, ma il dovere di
dare informazioni a tutti i cittadini. E' ciò che fa ogni giorno con il servizio dei portavoce, di cui sono molto fiero.
Non c'è nessun altro organismo amministrativo a livello internazionale che si metta ogni giorno al servizio dei cittadini".
Il servizio dei portavoce, perciò, "ha tutta la mia fiducia e tutto il mio sostegno", prosegue Barroso. E conclude:
"Io sono intransigente nella difesa delle prerogative delle istituzioni europee e in particolare della Commissione
che deve comunicare su una base di lealtà verso gli stati membri".
Parlando d'immigrazione Barroso riconosce poi la necessità di una politica comunitaria da realizzare nei prossimi
cinque anni. "L'immigrazione svolge un ruolo importante per la crescita della popolazione dell'Ue,
contribuendo a colmare le carenze della forza lavoro. Nel contempo - osserva - la gestione dei flussi
migratori costituirà una delle maggiori sfide cui l'Ue dovrà far fronte negli anni a venire".
Per questo, secondo il presidente, "il prossimo quinquennio dovrebbe essere caratterizzato dall'elaborazione e
dal consolidamento di un'autentica politica comune dell'immigrazione, inquadrata in una visione
a lungo termine che ponga in risalto il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità umana".
Tratto dal sito di , La Repubblica, 3 settembre 2009
La strategia della menzogna
Visto che dai TG sui quali vige il ferreo controllo della disinformatja berlusconiana
non si capisce una mazza, pubblico un articolo di Enzo Mauro, direttore di Repubblica, che mi pare molto pertinente
 POICHE' la sua struttura privata di disinformazione è momentaneamente impegnata ad uccidere mediaticamente il direttore di "Avvenire",
colpevole di avergli rivolto qualche critica in pubblico (lanciando così un doppio avvertimento alla Chiesa perché si allinei
e ai direttori dei giornali perché righino dritto, tenendosi alla larga da certe questioni e dai guai che possono derivarne)
il Presidente del Consiglio si è occupato personalmente ieri di "Repubblica": e lo ha fatto durante il vertice europeo
di Danzica per ricordare l'inizio della Seconda guerra mondiale, dimostrando che l' ossessione per il nostro giornale
e le sue inchieste lo insegue dovunque vada, anche all'estero, e lo sovrasta persino durante gli impegni internazionali
i governo, rivelando un'ansia che sta diventando angoscia.
L'opinione pubblica europea (ben più di quella italiana, che vive immersa nella realtà artefatta di una televisione
al guinzaglio, dove si nascondono le notizie) conosce l'ultima mossa del Cavaliere, cioè la decisione di portare in tribunale
le dieci domande che "Repubblica" gli rivolge da mesi. Presentata come attacco, e attacco finale, questa mossa è in realtà
un tentativo disperato di difesa.
N on potendo rispondere a queste domande, se non con menzogne patenti, il Capo del governo chiede ai giudici di cancellarle,
fermando il lavoro d'inchiesta che le ha prodotte. È il primo caso al mondo di un leader che ha paura delle domande, al punto
da denunciarle in tribunale.
Poiché l'eco internazionale di questo attacco alla funzione della stampa in democrazia lo ha frastornato, aggiungendo ad una
battaglia di verità contro le menzogne del potere una battaglia di libertà, per il diritto dei giornali ad indagare
e il diritto dei cittadini a conoscere, ieri il Premier ha provato a cambiare gioco. Lui sarebbe pronto a rispondere
anche subito se le domande non fossero "insolenti, offensive e diffamanti" e fossero poste in altro modo e soprattutto
da un altro giornale. Perché "Repubblica" è "un super partito politico di un editore svizzero e con un direttore dichiaratamente
evasore fiscale".
Anche se bisognerebbe avere rispetto per la disperazione del Primo Ministro, l'insolenza, la falsità e la faccia tosta di quest'uomo
meritano una risposta.
Partiamo da Carlo De Benedetti, l' editore di "Repubblica": ha la cittadinanza svizzera, chiesta come ha spiegato
per riconoscenza ad un Paese che ha ospitato lui e la sua famiglia durante le leggi razziali,
ma non ha mai dismesso la cittadinanza italiana, cioè ha entrambi i passaporti, come gli consentono la legge e
le convenzioni tra gli Stati. Soprattutto ha sempre mantenuto la residenza fiscale in Italia, dove paga le tasse.
A questo punto e in questo quadro, cosa vuol dire "editore svizzero"? È un'allusione oscura? C'è qualcosa che non va?
Si è meno editori se oltre a quello italiano si ha anche un passaporto svizzero? O è addirittura un insulto?
Il Capo del governo può spiegare meglio, agli italiani, agli elvetici e già che ci siamo anche ai cittadini
di Danzica che lo hanno ascoltato ieri?
E veniamo a me. Ho già spiegato pubblicamente, e i giornali lo hanno riportato, che non ho evaso in alcun modo le tasse
nell'acquisto della mia casa che i giornali della destra tengono nel mirino: non solo non c'è stata evasione fiscale,
ma ho pagato più di quanto la legge mi avrebbe permesso di pagare. Ho versato infatti all'erario tasse in più su 524 milioni
di vecchie lire, e questo perché non mi sono avvalso di una norma (l'articolo 52 del D. P. R. 26 aprile 1986 numero 131,
sull'imposta di registro) che, ai termini di legge, mi consentiva nel 2000 di realizzare un forte risparmio fiscale.
Capisco che il Premier non conosca le leggi, salvo quelle deformate a sua difesa o a suo privato e personale beneficio.
Ma d ovrebbe stare più attento nel pretendere che tutti siano come lui: un Capo del governo che ha praticato pubblicamente l'elogio
dell'evasione fiscale, e poi si è premurato di darne plasticamente l'esempio più autorevole, con i quasi mille miliardi di
lire in fondi neri transitati sul "Group B very discreet della Fininvest", sottratti naturalmente al fisco
con danno per chi paga le tasse regolarmente, con i 21 miliardi a Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì,
con i 91 miliardi trasformati in Cct e destinati a non si sa chi, con le risorse utilizzate poi da Cesare Previti
per corrompere i giudici di Roma e conquistare fraudolentemente il controllo della Mondadori. Si potrebbe andare avanti, ma
da questi primi esempi il quadro emerge chiaro.
Il Presidente del Consiglio ha detto dunque ancora una volta il falso, e come al solito ha infilato altre bugie
annunciando che chi lo attacca perde copie (si rassicuri, "Repubblica" guadagna lettori) e ricostruendo a suo comodo
l'estate delle minorenni e delle escort, negando infine di essere malato, come ha rivelato a maggio la moglie. Siamo
felici per lui se si sente in forze ( "Superman mi fa ridere"). Ma vorremmo chiedergli in conclusione, almeno
per oggi: se è così forte, così sicuro, così robusto politicamente, perché non provare a dire almeno per una
volta la verità agli italiani, da uno qualunque dei sei canali televisivi che controlla, se possibile con qualche vera domanda e
qualche vero giornalista davanti? Perché far colpire con allusioni sessuali a nove colonne privati cittadini inermi come il
direttore di "Avvenire", soltanto perché lo ha criticato? Perché lasciare il dubbio che siano pezzi oscuri di apparati di
sicurezza che hanno fabbricato quella velina spacciata falsamente dai suoi giornali per documento paragiudiziario?
Se Dino Boffo salverà la pelle, dopo questo killeraggio, ciò accadrà perché la Chiesa si è sentita offesa dall'attacco contro di lui
, e si è mossa da potenza a potenza. Ma la prossima preda, la prossima vittima (un magistrato che indaga, una testimone che
parla, un giornalista che scrive, e fa domande) non avendo uno Stato straniero alle spalle, da chi sarà difeso?
L'uomo politico passato alla storia come il più feroce nemico della stampa, Richard Nixon, non ha usato per difendersi
un decimo dei mezzi che Berlusconi impiega contro i giornali considerati "nemici". Se vogliamo cercare un paragone,
dobbiamo piuttosto ricorrere a Vladimir Putin, di cui non a caso il Premier è il più grande amico.
EZIO MAURO, 2 settembre 2009
Sostituitelo, per amor di Patria!
Un appello di Antonio di Pietro (che condivido in pieno...)
Dopo la risposta di Silvio Berlusconi ai portavoce Ue "di stare zitti", avvenuta in seguito alla
richiesta di spiegazioni sui respingimenti dei barconi di migranti attuati dall’Italia e da Malta,
è seguita la minaccia di bloccare il Consiglio europeo come se fosse il motore del suo falciaerba ad Arcore.
A questo punto ritengo che il Presidente del Consiglio abbia bisogno di una perizia psichiatrica per poter continuare
a governare il Paese.
Ormai Berlusconi è in guerra con il mondo intero: la Chiesa, l’Europa, i cittadini, la stampa estera e nazionale.
Sta isolando l’Italia a livello internazionale, fatta eccezione per gli Stati a cui paga a suon di miliardi la propria amicizia,
quali la Libia.
L’idea che l’Ue si sta facendo dell’Italia è drammaticamente squallida e reca danni d’immagine sia alle imprese italiane all’estero,
o che comunque con l’estero commerciano, sia ai cittadini italiani che ci vanno per una vacanza. Il comportamento
di Silvio Berlusconi provoca danni economici al nostro Paese e lo esclude dagli importanti tavoli internazionali.
Pertanto la maggioranza parlamentare si decida a ripensare alla leadership, l’opposizione saprà accontentarsi
di un governo tecnico per amor di Patria. Tutto purchè si interrompa questo harakiri giornaliero ad opera di un Presidente del Consiglio
che sembra affetto dai sintomi della paranoia
Antonio di Pietro, 1 settembre 2009
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Adesso Papi, denunciaci tutti: le dieci domande alle quali il Presidente del Consiglio non ha mai risposto
«...Se Berlusconi avesse un’amante, o anche se la raccomandasse alla Rai, sarebbe gossip, ma il fatto che il capo del governo sia connesso, sia pure come utilizzatore finale, con un giro di prostituzione organizzata non è gossip, ma un fatto pubblico, che mina la credibilità dell’Italia nel mondo e delle istituzioni e su cui è tenuto a dare spiegazioni ...»
FIRMA ANCHE TU l'appello di tre giuristi per la libertà di stampa
L’attacco a "Repubblica", di cui la citazione in giudizio per diffamazione è solo l’ultimo episodio, è interpretabile soltanto come un tentativo
di ridurre al silenzio la libera stampa, di anestetizzare l’opinione pubblica, di isolarci dalla circolazione internazionale delle informazioni,
in definitiva di fare del nostro Paese un’eccezione della democrazia. Le domande poste al Presidente del Consiglio sono domande vere,
che hanno suscitato interesse non solo in Italia ma nella stampa di tutto il mondo. Se le si considera "retoriche", perché suggerirebbero
risposte non gradite a colui al quale sono rivolte, c’è un solo, facile, modo per smontarle: non tacitare chi le fa, ma rispondere.
Invece, si batte la strada dell’intimidazione di chi esercita il diritto-dovere di "cercare, ricevere e diffondere con qualsiasi mezzo
di espressione, senza considerazioni di frontiere, le informazioni e le idee", come vuole la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948,
approvata dal consesso delle Nazioni quando era vivo il ricordo della degenerazione dell’informazione in propaganda, sotto i regimi illiberali e antidemocratici
del secolo scorso.
Stupisce e preoccupa che queste iniziative non siano non solo stigmatizzate concordemente, ma nemmeno riferite, dagli organi d’informazione e che
vi siano giuristi disposti a dare loro forma giuridica, senza considerare il danno che ne viene alla stessa serietà e credibilità del diritto.
Franco Cordero, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky
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